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Scafati Basket. Intervista al coach Frank Vitucci.

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Da alcune settimane, Frank Vitucci è il nuovo capo allenatore della Givova Scafati. Lo abbiamo intervistato prima di un allenamento alla Beta Ricambi Arena – Palamangano

Come nasce in Frank Vitucci la passione per il basket?

La mia passione nasce molto lontano nel tempo, praticamente da quando ero bambino, nel quartiere in cui sono nato e dove vivo ancora oggi, la zona della Madonna dell’Orto, a Venezia. Quella parrocchia era una vera fucina di atleti: da lì sono usciti anche giocatori arrivati poi fino alla Serie A. C’erano il minibasket, le attività del settore giovanile… insomma, era inevitabile che mi ci inserissi anch’io. La passione mi ha travolto presto: ho iniziato a giocare da piccolo, e da allora il basket non mi ha più lasciato.

Com’è iniziato poi il percorso da allenatore?

Ho giocato fino a un certo punto, finché ho capito chiaramente che non sarei mai diventato un grande giocatore: non ne avevo le qualità. E allora, attorno ai 15 anni, si è presentata l’occasione di fare il corso per istruttore di minibasket. Così ho iniziato ad allenare: una scelta che mi ha cambiato la vita.

E quando è arrivato il primo vero contratto da professionista?

Dopo alcuni anni nel settore giovanile della Laetitia Venezia, sono passato alla Reyer. Lì ho fatto tutto il percorso delle giovanili, finché coach Zorzi decise che serviva un nuovo assistente in prima squadra. Invece di scegliere il più esperto o il più anziano, scelse il più giovane: me. Avevo appena finito i “gradi” del percorso tecnico federale ed ero arrivato pure secondo a quel corso. Da lì iniziò tutto: prima assistente con Zorzi, e poi altri anni da assistente a Venezia con allenatori come Skansi, Calamai, De Sisti. Da lì, piano piano, è iniziata la mia carriera vera e propria.

Un ricordo bello e uno brutto della carriera di coach?

Di ricordi belli ne ho tantissimi. Sicuramente le due promozioni con Venezia e con Imola in Serie A. Oppure alcune vittorie speciali: la prima vittoria di Brindisi a Milano, la prima di Avellino a Milano, quella di Imola a Bologna contro la Virtus. A Brindisi poi ho vissuto anni intensissimi: due finali di Coppa Italia;  una stagione meravigliosa  con Varese— purtroppo finita male — con una squadra che giocava benissimo.. I ricordi brutti? Le finali di Coppa Italia perse, e soprattutto l’infortunio di Dunston a Varese, che credo ci sia costato uno scudetto. Ma non amo scavare troppo nei momenti negativi.

Il giocatore che più l’ha impressionata nella sua carriera?

Ce ne sono troppi. Il primo che mi impressionò davvero fu Dražen Dalipagić: avevo 23 anni, ero assistente, e lui segnò 70 punti contro la Virtus mentre io ero in panchina. Lì capisci cosa significhi la parola “fenomeno”. Poi  Oscar Schmidt, Brian Shaw, Dino Meneghin… una generazione incredibile. E andando avanti, tra i più recenti, dico Belinelli: un talento eccezionale. Ed infine, Teodosić, giocatore unico nel suo genere.

L’allenatore che l’ha ispirata di più?

Senza dubbio Tonino Zorzi: era avanti anni luce dal punto di vista offensivo, un genio del passing game. Da ognuno dei miei “maestri” ho cercato di prendere qualcosa: da Skansi, da Mario De Sisti, che era un grande studioso, da Calamai e successivamente, in tempi più recenti, i due anni con Ettore Messina mi sono serviti moltissimo per mettere ordine in tante cose. Anche David Blatt mi ha influenzato: lavorare con lui è stato un privilegio.

Com’è oggi la situazione per lei a Scafati, anche dal punto di vista personale?

 

Sto bene. Ho tre figli, ormai grandi: due sono rimasti a Brindisi per studiare, giocare, lavorare; l’altra parte della famiglia ruota tra Treviso e Venezia. Mia moglie mi segue un po’ in giro per l’Italia, passa del tempo con me, e poi torna dai ragazzi e a casa nostra. È una vita itinerante, ma ormai è la nostra normalità.

In bocca al lupo coach.

Piervincenzo Costabile

 

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