Scafati. Una foto, una storia… Cierre Scafati 1984, c’è qualcosa che non si beve!

Francois Jacob e Jacques Lucien Monod, durante i loro studi di biochimica, affermarono che “Tutto ciò che esiste è frutto del caso e della necessità”. E, in effetti, la suddetta citazione calza a pennello alla storia dell’Handball Scafati; infatti, nel 1965, Alfonso Ferraiuolo e Sandro Nappi, iscritti all’ISEF, si trovavano a Napoli quando, per una pura coincidenza, guardarono un allenamento di un gioco che a loro sembrò molto strano: si doveva cercare di segnare, ma con le mani. Entusiasmati, si avvicinarono a un cartellone che ne spiegava il regolamento; i due studenti rimasero affascinati dalla particolarità di quella disciplina e decisero di trapiantarla nel nostro paese. Si trattò di un azzardo creativo, di un brevetto acrobatico, di una vera e propria rivoluzione culturale, che ridisegnò il modo di pensare e di vivere lo sport a Scafati: non più soltanto calcio e basket, ma anche e soprattutto handball.

La fondazione dell’Handball Scafati risale al 1967; gli allenamenti, in origine, si svolgevano in un mercatino coperto adibito a palestra, e le prime partite furono disputate all’aperto, in Via Galileo Galilei, e poi nell’Istituto Tecnico Industriale Statale (ITIS) “Antonio Pacinotti”. All’inizio la squadra era formata da giocatori rigorosamente scafatesi (Morra, Cannavacciuolo, De Felice, Fattoruso, i fratelli Claudio e Alfonso Ferraiuolo, Pecoraro, Santonicola, Sensale), atleti di grande personalità, capaci di metabolizzare le fonti di ispirazione, per conferire loro un nuovo, individuale stile espressivo, grazie anche ai consigli di Antonio Pacinelli, proveniente da Teramo.
Santonicola era uno specialista nel tiro rasoterra, di raffinata eleganza, che sorprendeva i difensori, Cannavacciuolo nella trasformazione dei calci di rigore, Sensale nello stacco imperioso, Pecoraro nel marcare e graffiare gli avversari più pericolosi, Fattoruso nelle reti in velocità, dall’esterno. Grazie a questi ingredienti, intorno al nuovo sport si creò, subito, un grande entusiasmo, e i risultati non tardarono ad arrivare. Nel 1974/75 fu vinto il Campionato di Serie C ; nel 1978/79 fu conquistata la Serie A e, dopo una immediata retrocessione, i canarini, superando il Napoli, riapprodarono nella massima serie, trionfando nel Campionato di Serie B 1981/82.
Nel frattempo, si era insediato al vertice della società Alfonso Ferraiuiolo, che elevò la cifra tecnica dell’organico, senza badare a spese; nel 1982/83 la squadra si piazzò quarta, e si preparò ad affrontare con notevoli ambizioni il campionato successivo, nel Palazzetto dello Sport di Via Oberdan.

Questa la rosa: Enzo Augello, Luigi Arpaia, Ivano Cinagli, Milorad Cizmic, Claudio Culini, Pasquale Criscuolo, Luciano Del Sorbo, Vincenzo Grimaldi, Carlo Jurgens, Giuseppe Langiano, Walter Moric, Renato Morra, Mario Paroletti, Angelo Santonicola. Allenatore: Pietro Vukicevic. Il cannoniere era Cizmic, un carrarmato, inarrestabile; Cinagli (centrale), Culini (pivot) e Langiano (ala) rappresentavano il trio delle meraviglie della pallamano italiana e della Nazionale azzurra:
“la classe non è acqua”, da cui “c’è qualcosa che non si beve”, era una delle espressioni più ricorrenti riferite al team giallobleu.Eravamo nel 1984, l’anno della scomparsa di Enrico Berlinguer e di Eduardo De Filippo, l’anno delle Olimpiadi di Los Angeles, boicottate dall’Unione Sovietica; tra le 14 medaglie d’oro italiane risaltarono quelle di Alberto Cova nei diecimila metri e quella nel canottaggio, dei fratelli Abbagnale di Castellammare di Stabia, nel “Due con”; Carlo Rubbia ottenne il Nobel per la fisica, per i suoi studi sulle particelle subatomiche, e l’Arcivescovo di Johannesburg, Desmond Tutu, il Nobel per la pace; la generazione del sessantotto, nel cinema, tracciò, con “Il grande freddo”, di Lawrence Kasdan, il proprio bilancio esistenziale: da giovani avevano sognato di cambiare il mondo, dopo quindici anni si ritrovavano cambiati dentro, con molti rimpianti e qualche disillusione. E l’Handball Scafati, invece, per non avere rimpianti, disputò un’impeccabile finale scudetto, contro i pluridecorati rivali storici del Cividin Trieste; in gara 1 i canarini prevalsero, in casa, per 23-20; in gara 2 si riscivolò indietro, come un’onda sulla sabbia, con sconfitta a Trieste per 24-13.Nel terzo match (più che una partita, LA partita), in un Palazzetto stracolmo, Culini giganteggiò in difesa; Cizmic fu devastante in attacco, siglando ben 8 reti e imprimendo al confronto una svolta tecnologica; Cinagli disorientò i suoi francobollatori con inedite performance stilistiche e tonnellate di tecnica allo stato puro, suscitando, con la sua pennellata innovativa, alla Monet, emozioni immediate e dirette; il Mister Vukicevic risolse l’equazione della sfida, grazie a un approccio paziente e non precipitoso, miscelando sapientemente gli ingredienti della prudenza e dell’audacia, con un’esclusiva capacità di rendere solenne la maniacale cura applicativa del dettaglio. Risultato finale: Cierre Scafati – Cividin Trieste 26-18, Cierre Scafati Campione d’Italia 1983/84.

Ma tutto ciò, a compimento di un rito da emozione collettiva, non sarebbe bastato, se non ci fosse stata un’atmosfera “condita” da un intenso, generale desiderio, fuori dal comune, di sorprendere e di festeggiare, esorcizzando eventuali disillusioni e spostando, nel quadrante del Palazzetto, le lancette sull’ora dell’impresa: c’è qualcosa che non si beve…

Guglielmo Formisano