La “MISSION” Del Recovery Plan

Lo sport come strumento di inclusione e coesione sociale.

All’Italia sono stati destinati circa 220 miliardi di fondi europei, e dalle scelte di come investire tali risorse dipendono le possibilità di rendere avanzata l’economia del nostro paese, e di portarlo su un modello di sviluppo sostenibile che guardi con più attenzione l’ambiente e al contempo il superamento delle disuguaglianze di genere, che creano esclusione sociale ed ostacolano lo sviluppo economico.
Uno strumento importante è rappresentato dallo sport, che attraverso la sua funzione educativa ed aggregante, delinea attraverso il gioco il rispetto delle regole, regalando emozioni e trasmettendo passione e socialità, unendo culture, età ed etnie diverse, usando un linguaggio universale, che promette inclusione e socialità, superando confini e differenze di ceto e di cultura.
Lo sport è riconosciuto come un bene primario e quindi grazie a questo ruolo che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza il cosiddetto “Pnrr” ( emanazione dei programmi di finanza pubblica del “ Recovery Plan”) ha previsto dei fondi da destinare al settore sportivo, che è stato uno tra i più penalizzati dalla pandemia, prevedendo investimenti per circa un miliardo di euro.
Il fondo destinato allo sport ha come obiettivo il potenziamento delle strutture sportive per i giovani e il ripristino delle palestre e attrezzature per le scuole. A quest’ultime sarà destinato una consistente fetta dei soldi messi a disposizione. Una priorità data alla scuola in cui si prevede anche l’aumento delle ore di educazione fisica con assunzioni di personale qualificato.
Ma, in questo periodo di pandemia, nell’ambito dello sport a rimetterci prevalentemente, sono state soprattutto le piccole ASD ( Associazioni Sportive Dilettantistiche) e Società di provincia, che si occupano di sport amatoriale, come veicolo di inclusione sociale rispetto alle Federazioni che si occupano dello sport agonistico e che, hanno continuato ad allenarsi in piena pandemia per preparare gli atleti alle gare nazionali. Sicuramente ci saremmo aspettati maggiore attenzione verso lo sport di quartiere, così vicino alla gente comune, alle parrocchie, ai centri di ascolto. Purtroppo, non si è avuta la giusta sensibilità verso questa realtà così viva e tenace, che vive all’ombra del grande sport da competizione. Una realtà fatta di campetti, di palestre riadattate, ma anche di centri sportivi moderni ed attrezzati, opera dei presidenti delle ASD, che investono i loro proventi in attrezzature e manifestazioni.
Il mondo dilettantistico sportivo è formato anche dalle “onlus”, che radicate su tutto il territorio, spesso rappresentano per tanti ragazzi problematici, l’unico elemento di aggregazione, di educazione e di crescita civile. Questo settore, già economicamente debole, ha subito danni economici irrimediabili, alcuni hanno chiuso la propria sede per la difficoltà di sostenere le spese di gestione, e l’unico aiuto concreto si è avuto dagli EPS (Enti di Promozione Sportiva) e dal Ministero di Sport e Salute, che hanno bandito progetti di quartiere e d’inclusione, coinvolgendo essenzialmente i Comitati e le ASD.
Vi è un dato di fatto che la stragrande maggioranza delle diverse discipline sportive sono in sintonia con gli obiettivi della “mission” più importante del “Pnrr” che è quello della transizione ecologica e lo sport per sua natura è quello che incoraggia lo stile di vita più green e quindi in linea con la sostenibilità ambientale e sviluppo sostenibile.

 

Alberto Voccia