La storia della Scafatese Calcio: Guglielmo D’Ambruoso, leader anni ’70

Il brasiliano Armando Nogueira, riferendosi a Pelè, una volta scrisse: “Se non fosse nato uomo, sarebbe nato pallone”.

Ebbene, fatte le debite proporzioni e riferendoci, in particolare, alla storia della Scafatese, la stessa frase potrebbe essere rivolta a Guglielmo D’Ambruoso, leader indiscusso, per molti anni, della squadra giallobleu.

Era il 1971/1972 e la Scafatese, retrocessa dalla Promozione in I Categoria, aveva totalizzato un punto in due partite; fu a questo punto che si decise di richiamare Guglielmo D’Ambruoso, che vantava anche esperienze in Serie D, in cui aveva esordito giovanissimo. D’Ambruoso prese per mano la squadra e, gradualmente, la condusse ai vertici della classifica.

Anche al primo accenno di brezza primaverile, quando si poteva temere qualche rilassamento, la squadra non si deconcentrò e, alla fine, con 44 punti, riuscì a spuntarla sulla Juve Poggiomarino, seconda, a quota 42.

Guglielmo, con 11 reti in 26 partite, mise il suo autografo sulla vittoria in campionato, l’unica della sua carriera con la casacca dei canarini.

Infatti, nei tre anni seguenti, in Promozione, la Scafatese si classificò due volte seconda e una volta terza, e a D’Ambruoso non riuscì la scalata in Serie D; furono l’Angri, il Nola e il Savoia a impedire che il suo sogno si avverasse.

Alla fine, nel 1982/1983, chiuse la sua carriera di calciatore con la maglia giallobleu, con 33 reti in 215 partite.

Uomo squadra e solista, regista e trequartista, concretezza e talento, rifinitore e, a volte, goleador, D’Ambruoso giocava divertendosi e si divertiva giocando; per lui il prato verde era ancora un luogo di sfide, di azzardi, di avventure e di invenzioni, in cui dava logica alla bellezza.

Possedeva, inoltre, un particolare modo di accarezzare la palla, con il piede inclinato tra la sfera di cuoio e il terreno, tanto che le traiettorie sembravano assumere cadenze musicali.

Quando confezionava le sue perle, non ti interessava sapere come “andava a finire” la partita: era solo un dettaglio, una parentesi; ti bastava, però, respirare quella luce, quel clima, quell’atmosfera, il più tempo possibile, mentre il vento ridelineava l’erba del campo e le nuvole, irregolarmente, dipingevano ombre fugaci sui colori.

Non so se queste mie impressioni e queste mie valutazioni siano amplificate dal ricordo, essendo legate al periodo della mia adolescenza, ma a me appariva geniale; aveva, ancora, una concezione del gioco che gli consentiva di raggiungere, spesso, il compagno meglio piazzato o più smarcato, invitandolo a colloquio con il portiere avversario; sui tiri piazzati era implacabile, grazie a un calcio di straordinaria e sbalorditiva precisione.

La sua caratteristica migliore era, comunque, quella di scivolare, lieve, tra gli avversari, con sublime padronanza dei fondamentali: lieve, come il primo accenno di brezza primaverile.

Articolo a cura di
Guglielmo Formisano