L’HA DETTO LA MAESTRA – La credibilità delle istituzioni passa attraverso la scuola

Mi è capitato in questi giorni di ascoltare inavvertitamente una conversazione tra una mamma e suo figlio. Una di quelle cose che succedono ora, ai tempi del Covid-19: il giovane voleva essere aiutato a installare un programma per le videolezioni e insisteva per farlo con lei. Subito il panico. “No!” diceva la madre, mentre lo trascinava fuori dall’ascensore, era solo un capriccio della maestra – e una scocciatura per lei – mentre lei aveva da fare e non poteva mandare in malora la sua agenda anche quel pomeriggio. Aveva fretta, una fretta tremenda. “Fatti aiutare da Fabrizio!” gli urlava quindi di rimando, sovrastando le proteste del pargolo. Ma non c’era verso, quel bambino Fabrizio non lo voleva, voleva la mamma. Così, furente, ha strillato: “Me l’ha detto la maestra!”. Ecco. Sei parole e fine discussione. Figlio 1 – Mamma 0, di corsa di nuovo nell’ascensore, si torna in casa, a fare quello che voleva lui.
Una storia di ordinaria amministrazione familiare, sui cui però ho riflettuto poi abbondantemente.
Quanto potere ha la maestra oggi?
O quanto ne ha avuto quella maestra?
Mi sono ritrovato a pensare all’importanza della scuola nella nostra società, un tema caldissimo di questi giorni. Sicuramente è fondamentale, laddove l’autorevolezza di un insegnante contribuisce alla formazione e alla crescita di un bambino e alla costruzione della sua forma mentis. Pensiamoci, che ricordi abbiamo dei nostri insegnanti? I primi che ci vengono in mente e che ci hanno influenzato sono stati senz’altro quelli autorevoli. L’autorevolezza dà credibilità alla scuola intera e rende a sua volta un insegnante un punto di riferimento. Per la vita.
Non ho dubbi, perciò, la società futura così come l’abbiamo immaginata, si costruisce soprattutto attraverso gli insegnamenti della scuola, una scuola che ha il dovere di fornire insegnanti autorevoli e preparati, che abbiano una vocazione per la docenza. E’ chiaro, certo, la scuola da sola non ce la fa, ha bisogno di un supporto che si chiama famiglia.
Attraverso un coinvolgimento attivo e consapevole, ai genitori (o a chi ne fa le veci, per i nostalgici) è concesso di affiancare gli insegnanti. Ma mai devono interporsi a loro.
C’è una cosa che mi piace ricordare, ma gli anni passano e sono costretto ad aggiungere “ai miei tempi”: da bambino e da ragazzo, quando entrava in aula l’insegnante, il preside o una personalità di rilevanza, ci si alzava in piedi e si salutava educatamente.
Era un gesto rivolto al rispetto che si aveva per l’istituzione scolastica, perché espressione di nazione, di libertà e di democrazia. L’avvento, poi, di un gruppetto di sociologi e pedagogisti illuminati, fagocitati da una certa cultura dell’indipendenza fin dalla tenerissima età, ci ha spento e mostrato questi gesti in tutta la loro futilità. Ma davvero di futilità bisogna parlare?
Mi chiedo se non abbiamo piuttosto tentato di cancellare il passato prossimo, nella convinzione che andassero fatte riforme, certamente importanti per lo sviluppo economico e sociale, ma in modo spesso così raffazzonato e approssimativo che, alla fine, s’è fatto
peggio.
Capita che chiunque sieda sullo scanno dell’educazione infantile voglia lasciare la sua impronta, ed ecco il susseguirsi di riforme e riformette che tengono presente solo l’ego di chi le propone e non la reale esigenza dell’istituzione destinataria, ovvero di un sistema scolastico non sempre maturo a sufficienza per recepire il nuovo. Un’imposizione, più che una scelta consapevole e graduale. Oggi ci troviamo spesso dinnanzi a una scuola imbrigliata in una matassa di cui s’è perso il bandolo, e ridotta in miserevoli condizioni.
A questo punto, e tornando proprio al punto, mi viene da proporre una riforma epocale a costo (quasi) zero. A mio avviso, basterebbe riportare nella scuola un po’ di educazione, quell’educazione al rispetto che sta alla base della formazione di una persona. L’umanità si nutre soprattutto di cooperazione e il rispetto non è nient’altro che il seme di una buona coltivazione. La formazione di una cultura generale, termine che a ben guardare deriva proprio dal verbo ‘coltivare’, permetterebbe agli studenti di uscire da un mondo ego-centrato e di mettersi in relazione con il passato e il presente, per accogliere un sistema di valori valido nel lavoro e nello sviluppo delle menti, al fine di far crescere una nazione in modo sano.
Noi “adulti” – o noi esperti, come piace dire a un caro amico che non vuole sentirsi vecchio – non possiamo che constatare un regresso culturale tra i giovani che arrivano all’università, forse più preparati a livello tecnologico e più liberi in termini di espressione di se stessi, ma meno educati, appunto, al rispetto, alla collaborazione e forse, chissà, al pensiero critico. Un paradigma che non possiamo e non riusciamo ad accettare.

Alberto Voccia