SCAFATI. INTERVISTA A DON PEPPINO: “I GIOVANI SANNO ANCORA SOGNARE”

Don Peppino, ormai lei è diventato un punto di riferimento per la comunità scafatese, una sorta di stella cometa. Ma chi è Don Peppino De Luca? Da dove viene? Quanti anni ha? A che età ha capito che questa era la sua strada? Insomma ci racconti un po’ di lei…

La cosa della stella comete mi fa sorridere… Le mie origini sono ciccianesi! Cicciano ha dato molti suoi figli alla Chiesa – anche don Giovanni De Riggi, parroco della chiesa madre è ciccianese – e sono orgoglioso delle mie radici affondate in una terra bella, laboriosa e ricca di fede. Sono nato poco più di quarant’anni fa e sono cresciuto praticamente tra la parrocchia e la mia famiglia. I miei cari genitori – defunti quasi contemporaneamente sei anni or sono- hanno subito accettato e incoraggiato il mio desiderio di entrare in seminario a Nola e poi dai gesuiti a Posillipo e mi hanno sostenuto fino all’ordinazione sacerdotale il 7 dicembre 2004. La mia vocazione…non ha data! Inizio a capire prestissimo quale è la mia strada, ma poi arriva la chiamata, con i suoi molteplici volti, ogni giorno…ed è sempre nuova! Dal 16 dicembre 2004, pochissimi giorni dopo l’ordinazione, arrivo a Scafati come viceparroco del Monsignore di ferro: don Aniello Marano. Dal 23 novembre 2008 sono parroco: era la solennità di Cristo Re e… l’anniversario del terremoto.

Ciò che da sempre ha contraddistinto la sua attività ecclesiastica è stata la vicinanza nei confronti dei più bisognosi, in particolare dei senzatetto. Così nasce La Casa di Francesco. Ci racconti a che punto è il progetto…

Nella nostra parrocchia, per venire incontro ai bisogni dei poveri, già da tempo, avevamo creato un servizio guardaroba;  successivamente creammo un centro medico per offrire visite e medicinali. Cercavamo di aiutare le famiglie anche con generi alimentari , corredini per i bambini ecc.  Ci accorgemmo però che tutto questo non bastava. L’impotenza di fronte a certe situazioni estreme ci interrogava e ci scuoteva a cercare nuove opportunità.

Come fare per dare alloggio a chi concretamente vive per strada? Dare vestiti e medicine alle volte non era sufficiente. Serviva un buon piatto caldo, un letto per dormire … una casa dove stare! Si cominciò a ipotizzare le realizzazione di una casa dove poter “mangiare, dormire, vestirsi” … ma dove? Con quali soldi? …  non sapevamo ancora, ma si decise di iniziare!

Nacque così l’idea de “la Casa di Francesco” (dal nostro Santo Patrono Francesco di Paola, grande esempio di carità, tanto da scegliere il termine Charitas come suo motto).

Subito si creò un gruppo che si occupasse della stesura di un progetto e, visione forse azzardata, si pensò di costruirla nella parte sottostante della chiesa in  una grande  intercapedine, allora adibita a deposito. Come San Paolino costruì il monastero sopra la casa per i poveri, così noi avremmo avuto il nostro Tempio collocato sopra “La Casa di Francesco”.

Emblematico disegno: la casa si regge grazie alle fondamenta e noi, collocando la casa di Francesco nelle fondamenta della nostra chiesa, volevamo fossero i poveri a reggere e fortificare la nostra fede, sollecitata ma spesso insufficiente di fronte a situazioni di profonda indigenza.

Ci fu anche la vicenda di Stefano che ci scosse molto. Era un “vagabondo” che, per così dire, “alloggiava” alla chiesa piccola. Fu trovato morto una mattina e proprio mentre la salma entrava in chiesa per le esequie, i tecnici stavano prendendo le misure per iniziare il progetto di costruzione. Per noi fu un ulteriore segno di Dio: non potevamo aspettare! I poveri ci interpellavano e ci chiedevano risposte concrete.

La Provvidenza di Dio non si fece attendere! Vincemmo il primo premio del concorso indetto dalla CEI e così arrivarono i primi soldini per iniziare il nostro sogno!

Ma il Signore ha sempre visioni più ampie, rispetto alle nostre e vede oltre i nostri “progetti”.

Dio ci fornì subito l’occasione di sperimentare fattivamente la vicinanza ai poveri e prima di poter toccare i muri della costruzione, ci chiese di toccare “la carne di Cristo”.

A gennaio, l’impellente freddo e il ricordo della vicenda di Stefano, ci spinse a creare un gruppo chiamato per l’appunto “gli amici di Stefano”. L’intento era di girare in quelle fredde sere, nelle strade della nostra città, per portare una bevanda calda, una coperta, un panino agli indigenti che avremmo trovato. Il 17 gennaio partì la prima “spedizione”. Quella sera faceva veramente freddo e trovammo tre persone accampate a terra sotto un portico mentre cercavano di scaldarsi con delle coperte decisamente insufficienti per il freddo della notte. Avevamo pensato di dare loro thè caldo e coperte ma non riuscimmo a lasciarli in quelle condizioni. Fu così che si decise di portarli in Parrocchia. Avevamo delle brandine e preparammo loro i letti nel salone parrocchiale.

I giorni successivi furono un grande esempio di solidarietà da parte di tutta la comunità cittadina che, avvisata tramite i social,cominciò a portare coperte, viveri e tutto quello che poteva servire per accudire i nostri ospiti che nel frattempo crescevano di numero.

Da quel giorno, mentre si continuavano a costruire e consolidare  le mura della casa, si rafforzano la solidarietà e la cura per questi nostri fratelli diventati parte integrante della nostra comunità.

Dal 5 marzo 2017 un tappeto all’ingresso accoglie chi entra: “benvenuti a casa” porta scritto sopra. Dentro, tanta luce e tanti colori; letti ed armadi colorati: le tinte della tenerezza. C’è anche una vetrina che raccoglie alcuni pezzi della storia di questa casa: storia fatta di volti, alcuni dei quali ora ci guardano dal cielo. Noi offriamo il nostro poco, Dio lo moltiplica e se ne serve per il bene di tanti fratelli angosciati da disagi di vario genere. La fede, infatti, mette le ali alla nostra esistenza, non permettendo che le tenebre prendano il sopravvento ed aiutandoci a guardare oltre il negativo per cogliere i segni della presenza di Dio in atto:il sogno della casa di Francesco ha, ora, le sue mura, la sua casa… ora bisogna crescere come famiglia!

Cosa ne pensa degli immigrati e di tutti coloro che vorrebbero rimandarli a casa?

Penso che sono doppiamente vittime: martiri di un sistema di carnefici che li spinge ad una mattanza senza fine nel Mediterraneo, prospettando per loro un futuro inesistente; per chi arriva vi è lo sfruttamento da parte di chi li stipa in strutture, che sono semplicemente macchine di soldi, del lavoro nero, della tratta della prostituzione e della malavita. È gente a cui è derubato il futuro e la dignità e troppo spesso sono incapaci a gestire da soli una vera integrazione.

Chi alimenta l’odio contro di loro? Idioti che non hanno capito dov’è il problema! E lo Stato latita…

Sicuramente spesso i fedeli le racconteranno dei propri pensieri e problemi relativi alla crisi economica. Cosa ne pensa del “dio denaro”? I soldi danno la felicità?

Non danno la felicità soprattutto quando non ci sono…

Bisogna capire che sono uno strumento per vivere serenamente e non  il fine stesso della vita!

Quanto è difficile comprendere questo e quanta infelicità in chi si chiude nel proprio egoismo! Tante famiglie cadono nel baratro della povertà, ma tante dignitosamente si rialzano perpetuando una storia tutta italiana fatta di grosse sacche di persone che tirano a campare ogni giorno eppure riescono a far studiare i loro figli e a dar loro un futuro…nonostante una politica incapace di guardare la realtà e le vere esigenze sopratutto del nostro sud.

Un ultimo pensiero ai giovani. Molti “adulti” ne parlano male. Lei è fiducioso delle nuove generazioni?

I giovani? Sono spariti dai programmi dei partiti e da una società che sta invecchiando troppo, non solo anagrafico. Nella nostra città di Scafati ho potuto toccare con mano che i ragazzi e i giovani sono ancora capaci di sognare e progettare un futuro a loro misura. L’esperienza di insegnamento nel liceo, i gruppi parrocchiali e le associazioni cittadine, anche laiche, costituiscono per me uno stimolo continuo e una palestra di vita che mi permette di mantenere il loro passo. Pensando a loro e all’esperienza di prossimità della nostra comunità mi ritorna in mente quella frase del santo vescovo di Molfetta “don” Tonino Bello che consegnai ai volontari il giorno dell’apertura de “La Casa di Francesco”: “Il difficile non è creare primavera. Ma è mantenerla viva, questa incredibile stagione dello spirito. Perché non si riduca a memoria. Perché non rimanga solo nel ricordo. Perché, dopo aver fatto divampare per troppo rapido tempo incendi sovrumani, non resti a vegliare su ceneri intrise di nostalgie. Nella vita dei poveri c’è ancora tanta riserva di Vangelo. Coraggio, profeti della primavera. Anche se starete sui ghiacci del polo, non vi mancheranno sarmenti per impedire al fuoco che si spenga”.

Biagio Adinolfi